La Valle dei Forni e La Val Cedec

Una parola può descrivere e riassumere questi luoghi: NATURA.

Se dovessi pensare al concetto di natura, lo penserei così, proprio com’è la Valle dei Forni e la Val Cedec.

Cosa immagini quando pensi alla natura? Cosa disegneresti in un foglio immaginario se dovessero chiederti: disegna la natura!?

Disegneremmo più o meno tutti degli Alberi, delle Cime con un po’ di neve, un ruscello, dei prati e un sole splendente in un cielo limpido.

Quest’immagine “bambinesca” del concetto di natura è ciò che più si avvicina a questa parte di mondo, a questa parte di Lombardia.

La mia partenza è il Rifugio Forni, situato dopo gli abitati della Valfurva e punto iniziale di tanti sentieri ed escursioni. Obiettivo è il giro ad anello: Forni – Branca – Pizzini – Forni passando per il sentiero Glaciologico alto.

Il sentiero Glaciologico alto è quello più lungo ma ovviamente quello più affascinante e naturalistico. I primi passi immersi in abeti e rododendri lasciano spazio a piccole radure verdi con piccole rocce e parecchi fiori.

Questo primo tratto è il più impegnativo, niente di impossibile, ma essendo ancora poco “caldi” , un po’ di fatica la si può sentire. Si sale fino a raggiungere un primo pianoro con resti militari della prima guerra mondiali. La vista del Ghiacciaio che ogni tanto ci appare di fronte è suggestiva e magnifica, da lasciare senza fiato. Quasi un incentivo a camminare più forte per arrivare in fretta davanti ad esso per ammirarlo meglio.

Prima di raggiungere la bocca del Ghiacciaio si scende perdendo qualche metro attraverso dei piccoli pascoli abitati da numerose marmotte fino ad arrivare all’attraversamento dei Ponti Tibetani, abbastanza brevi e soprattutto per niente alti. Dai ponti possiamo avvicinarci alla bocca del Ghiacciaio per ammirare tutte le sue sfaccettature, i suoi rigoli d’acqua, le sue increspature, la sua maestosità che nonostante il graduale e inesorabile scioglimento, continua ad affascinare.

Proseguiamo verso il Rifugio Branca e in pochi minuti lo raggiungiamo senza particolari fatiche. Dal Rifugio Branca scegliamo il sentiero che conduce al Rifugio Pizzini,  rimanendo in costa e non scendendo verso valle. Il sentiero è chiamato il sentiero delle Marmotte e non è difficile capire il perché. Decine e decine di marmotte avvistate, qualcuna più temeraria altre più diffidenti ci hanno accompagnati verso la risalita della Val Cedec.

Il Rifugio Pizzini si raggiunge in poco meno di due ore, gran parte del percorso molto semplice e piano con un tratto più impegnativo nel finale dove si guadagnano tutti i metri per colmare il gap dai 2400 circa del Branca ai 2700 circa del Pizzini.

La Val Cedec è meravigliosa, dominata dal Gran Zebrù e dal Cevedale, è perfetta per ammirare il paesaggio alpino e anche per un meritato relax al sole dei quasi 3 mila metri.

Torniamo dal sentiero alto, quello panoramico che in circa un’ora ci riporta al Rifugio Forni. Questo sentiero non è da trascurare, sebbene sia l’ultima parte e abbiamo già speso molto sia in fatica che in meravigliose vedute, questo ultimo tratto sa regalare la passeggiata perfetta per concludere una giornata perfetta. Il suono delle marmotte, la vista sul Ghiacciaio dei Forni, il sali e scendi, altre Rovine belliche e poi la discesa impetuosa e divertente verso i Forni attraversando le Baite dei Forni e camminando attraverso rododendri, gli abeti e il verde dei prati estivi.

Un giro ad anello di circa 17 km per circa 4 ore e 30 minuti di camminata. Dislivello di 1800 metri circa. Altitudine massima 2770 metri circa, altitudine di partenza 2200 metri circa.

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Alpe Angeloga, Valle Spluga

L’Alpe Angeloga è raggiungibile facilmente da Chiavenna, Campodolcino e Madesimo essendo sulla strada che porta al Passo dello Spluga, famosissimo collegamento tra Svizzera e Italia.

L’escursione è di quelle estive, da ruscello, fiori e prati verdi.

La cosa bella di questa escursione è che con “solo” 1 ora e 30 di camminata, 1 ora e 10 se si ha buon passo, ci si ritrova a quota 2000 metri e oltre. Tutto ciò senza dover guidare su strade sterrate per chilometri e chilometri.

Di conseguenza direi che non è la tipica meta e gita di pura tranquillità e pace in piena estate ma se ci si incammina presto il mattino, vedrete che non sarà sicuramente affollata.

Il sentiero è praticamente una serie infinita di gradoni e tornanti, tutti ottimi per allenare gambe e fiato. (Quindi senza allenamento sarà abbastanza faticoso).

Il paesaggio è quasi sempre molto interessante, dapprima il torrente che costeggia il sentiero con qualche cascatella qua e là, poi i tornanti ci portano più in alto e il panorama ci regala scorci di alta montagna con il Pizzo Stella davanti e le cime dall’altro lato della Valle.

Il sentiero è tutto d’un fiato, si parte e si arriva senza mai rifiatare (personalmente qualche sali e scendi ogni tanto lo preferisco), e solo nel finale il paesaggio cambia.

Si arriva in una piccola valletta, con il torrente a fianco, vegetazione bassa e folta e sassi e rocce. Da lì parte una piccola rampa di rocce, molto interessante, quasi una collinetta da scalare ( in realtà di scalata non c’è nulla) per arrivare all’Alpe Angeloga.

Una volta raggiunta l’Alpe, lo scenario cambia parecchio. Il Pizzo Stella domina sulla destra, qualche nevaio resiste sui pendii, il Rifugio Chiavenna e il Lago Angeloga come attrazione principale.. Sentiamo qualche fischio di marmotta e ammiriamo le bellissime baite dell’Alpeggio.

C’è aria di relax qui, quasi irresistibile.

Il Giro del confinale

Il Giro del confinale è un po’ come ricevere tanti regali, essere ansiosi e curiosi di scartarli in tutta fretta e non rimanere mai delusi.
Nessun regalo da riciclare ai prossimi compleanni.

La partenza da Niblogo, mattino ( quasi) presto, l’ascesa se così vogliamo chiamarla è quasi una passeggiata fino alla baita del pastore, una scampagnata lunga con occhi e sguardi verso le vette e gli alpeggi che a destra e sinistra ci accompagnano in valle.

La Val Zebrù è proprio bella. L’avrò pensato almeno quindici volte mentre camminavo in direzione Quinto Alpini.

E’ bella perché ci racconta tante cose. Tutte diverse. Tutte magnifiche.

Ci racconta i prati verdi scozzesi con qualche fischio di marmotta e i cervi a brucare o riposare. Ci racconta le rocce spesso a punta di una varietà di grigio che crea contrasti affascinanti. Ci racconta il fiume che scorre, le baite di legno..

Fino alla Baita del Pastore l’itinerario è molto rilassante. Ma poi..

Poi arriva il bello, o il brutto. Se ami la montagna direi il bello.

La strada sale, e sale forte. A volte le pendenze sono da “Mortirolo” per i ciclisti e ancor di più. Lo sguardo inizia ad abbassarsi, le cime che si aprono davanti per ora le lasciamo lì, qui contano molto le gambe e molto il fiato.

L’obiettivo della prima tappa, quasi sempre il Rifugio Quinto Alpini, ci dà la forza di proseguire e di spingere sulle gambe. Tutto intorno a noi ormai solo rocce, uno scenario quasi lunare o da Vulcano spento.

Lassù col tetto giallo il Rifugio Quinto Alpini sembra chiamarci. Sembra farci assaporare già un buon Tè caldo e una fetta di torta fatta in casa. Mannaggia a lui.

Iniziamo a vedere qualche stambecco, segnale che ormai siamo in alta quota, le ultime curve hanno pendenza importante, ma quando il Rifugio si palesa appena sopra di noi, le forze arrivano da sole.

Lo scenario che si presenta è pazzesco. Vette dappertutto, valli scoscese di nevai e rocce e un panorama da favola.

Si dorme al rifugio. In realtà si mangia, si beve e si dorme al rifugio.

La mattina seguente ci aspetta la seconda parte del nostro giro del confinale: destinazione Val Cedec e Valle dei Forni.

Per raggiungere le valli bisogna attraversare il Passo Zebrù, quota 3000 e qualcosa metri. Non male eh.

Perdiamo circa 200 metri di quota dal rifugio e prendiamo a sinistra un sentiero che in costa in circa un paio d’ore ci porta al Passo Zebrù. Il sentiero è quasi sempre largo a sufficienza, alcuni passaggi sono più esposti e sopratutto la roccia è molto franabile ( “al massimo sarà friabile, e comunque frana non è che fria”).

Con un po’ di attenzione e concentrazione si passano senza problemi.

Un solo canalino con catene ci separa dall’ultimo tratto prima del Passo. Anche in questo caso nulla di insuperabile, solo la solita attenzione che in montagna non deve mai mancare e un po’ di forza nelle braccia e gambe per superarlo.

L’ultimo tratto prima del Passo è stato a mio avviso il più bello, la strada si alza, si attraversa qualche ultimo nevaio (niente di che) per arrivare allo scollinamento.

L’idea di arrivare ai 3 mila, di guardare il panorama da lassù, di scoprire cosa c’è dietro, ti portano a stringere i denti o addirittura aumentare il passo.

E’ inutile raccontarvi la bellezza del panorama, non credo di aver mai visto così tanti ghiacciai tutti insieme dallo stesso punto di osservazione. Oltre che vette bellissime ( il Gran Zebrù) e due vallate dai mille colori.

Dal passo si scende a tutta corsa tra i tornanti del sentiero che porta al Rifugio Pizzini.

20-30 minuti e si arriva ai piedi del ghiacciaio del Cevedale.

La Val Cedec è particolare, molto intrigante e affascinante, sembra di stare così lontani da casa… in scenari quasi Argentini e Cileni. Il ghiacciaio imponente, una valle che un tempo lo fu anch’essa un ghiaccio, e si vede. Il Gran Zebrù che domina davanti, i tanti appassionati che arrivano in Mountain Bike o a piedi.

Dal Rifugio Pizzini si scende verso la Valle dei Forni e il Rifugio Forni, ultima tappa del nostro giro prima di rientrare in Valfurva.

Si può scendere da diversi sentieri, scegliamo quello “Panoramico”. Un sentiero di sali e scendi che per circa 40 minuti mantiene la stessa altezza e ci regala qualche marmotta, un laghetto alpino, erba verde e panorama sulla valle sotto.

L’ultimo tratto è in completa discesa, in circa 20 minuti si perdono 400 metri di quota e in picchiata si arriva al Rifugio Forni, dopo decine di tornanti e qualche mucca al pascolo.

La velocità con la quale si scende fa un po’ dimenticare di guardarsi attorno ma sarebbe più che consigliato, sulla sinistra là in alto il Ghiacciaio dei Forni,  e tutto intorno piccoli abeti e fiori che fanno molto Estate.

Insomma, che altro dire? Il giro del Confinale è proprio un bel regalo, una bella sorpresa, una bella conferma. Tutto ciò che è montagna è qui, tutto ciò che è Alpi è qui.

Tutto ciò lo abbiamo amato dal primo all’ultimo passo.

Al Rifugio Quinto Alpini

Una bella storia a 2877 metri di quota.

Avevo alte aspettative da questo rifugio e dallo scenario naturale in cui si colloca (nella stupenda Val Zebrù, tra Bormio e Santa Caterina Valfurva, nel Parco Nazionale dello Stelvio).

Beh lasciate perdere le aspettative. Essere lì è ancor più bello.

Le rocce imponenti, i ghiacciai, le nuvole che scorrono veloci, il fresco d’estate, il silenzio surreale, gli stambecchi che salgono le rocce e la Volpe amica del Rifugio.
A tutto ciò si aggiunge la bravura, la simpatia e la disponibilità di chi il Rifugio lo gestisce.

Consigliatissimo!

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